Non so bene perché ma ti ho quasi sempre chiamato per nome, raramente ti ho chiamato papà. Te ne sei andato 18 anni fa con un infarto, probabilmente mentre dormivi. Ricordo abbastanza bene come sono andate le cose quel giorno, e colgo l’occasione per scriverlo.
Ero tornato a casa nel tardo pomeriggio, non mi ricordo se ero stato all’Università, in biblioteca o altrove ma quando arrivai tu eri seduto fuori dalla porta e nel salutarti vidi che c’era uno dei trattori fermo in un posto inconsueto e così ti chiesi come mai, la tua risposta mi deluse. Mi dicesti che avevi messo nel serbatoio del gasolio che era fermo in una botte sotterranea che usava il nonno, morto da più di 7 anni. Ti diedi dello stupido, in maniera più o pieno esplicita dato che sicuramente erano più anni che era fermo e che non sappiamo quanto sia vecchia quella cisterna e quante infiltrazioni possa aver avuto e se c’era veramente gasolio buono una volta.
Per la cronaca, per mesi, dopo la tua morte, ho avuto problemi con quel trattore perché anche se svuotai il serbatoio, erano intasati anche i vari filtri, iniettori e tutto il sistema di alimentazione del motore.
Non ho nessun ricordo della cena, forse sono uscito con amici, ma ricordo bene che prima di andare a letto passai dal salotto e salutai la mamma che stava guardando da sola la televisione; sono salito per le scale per andare in camera mia e notai che eri sdraiato nel vostro letto, in accappatoio, che stavi guardando la TV, ma dalla posizione forse dormivi già e non venni a salutarti per darti la buona notte, anche perché ero ancora un po’ arrabbiato per la storia del trattore.
Dopo essere andato in bagno per prepararmi per la notte, sono andato a letto a dormire tranquillo finché, non so quanto tempo dopo, la mamma è salita per venire a letto, ha fatto le sue cose con la sua calma e poi nel momento proprio di mettersi nel letto probabilmente ti ha parlato, ti avrà detto qualcosa e dato che non rispondevi ha incominciato ad urlare finché non mi sono svegliato e sono corso a vedere cosa fosse successo.
Lei era già in lacrime, abbiamo provato a rianimarti facendoti la respirazione bocca a bocca e il massaggio cardiaco, la mamma insisteva ma io avevo percepito che eri già freddo e quindi che te ne eri già andato da un po’…
Ho chiamato il 118 e poi ho chiamato mia sorella dicendogli che stavi male e che era meglio se veniva a casa e dopo sono andato a svegliare la nonna, tua madre, e le ho dato la notizia della tua morte. Non è venuta a vederti, si è messa a piangere e strillare per il piazzale, girando in tondo con me al fianco che la sorreggevo e coccolavo. Nel mentre è arrivata mia sorella e poi l’ambulanza e mi sembra pure un medico per certificare il decesso.
Dopo aver riportato la nonna in camera sua ed averla messa a letto sono venuto a vedere com’era la situazione, il medico stava completando i documenti e poi sono andati via tutti ed abbiamo aspettato i cosiddetti becchini che avrebbero portato via il corpo, e questo passaggio è stato particolare.
I becchini erano due uomini avanti con l’età e poco prestanti e mio padre pesava più di 100 kg, era nudo sul letto. Ho visto subito che da soli non sarebbero mai riusciti a portarlo giù in modo decente, a maggior ragione con quelle scale stupide, con la curva a chiocciola, e quindi li aiutai a mettere mio padre dentro un grande sacco verde con la cerniera e poi a portarlo giù per le scale finché non l’anno messo dentro una specie di barella di acciaio richiudibile tipo sarcofago.
Una volta finito tutto ho scritto ad una amica che frequentavo molto a quel tempo e abbiamo passato qualche ora, nel cuore della notte, a parlare e camminare sotti i portici di Bologna.
Sapevo in cuor mio che te ne saresti andato prematuramente ma non credevo così presto. Il tuo stile di vita era deleterio e nonostante gli avvertimenti che il tuo stesso corpo ti aveva dato qualche tempo prima con un ictus, non hai avuto la forza di cambiare e così a 51 anni hai smesso di vivere.
Non piansi quel giorno, neanche al funerale; non piansi per anni e poi un giorno, mentre ero in ufficio da solo durante la pausa pranzo, non so perché iniziai a pensare a te e ho pianto, piansi tanto per te…
Mi dispiace che tu non mi abbia visto laurearmi, non abbia conosciuto la donna che poi è diventata mia moglie, e poi non mi hai visto sposarmi, avere qualche piccola soddisfazione lavorativa, la mia casa… e per fortuna non hai visto come ho perso tutto: moglie, lavori interessanti, casa…
Ti ho sempre considerato un lavativo, uno con poca voglia di lavorare, ben poco professionale ma sei riuscito a mantenere una famiglia di 4 persone, senza tanti agi ma abbiamo vissuto dignitosamente, in semplicità.
Rimpiango il fatto di non aver capito quello che potevo apprendere da te, di non aver imparato da te almeno un po’ delle cose che sapevi fare e che non hai avuto la voglia, la pazienza, il tempo di insegnarmi ed io di apprendere.
Sapevi fare i gelati, avevi imparato a fare la birra, ti eri appassionato alla raccolta dei funghi, avevi sviluppato una buona abilità a fare i sottoli e sottaceti e mi ricordo i vari trofei che avevamo in casa per i tuoi successi nel bowling, ma non ti ho mai visto giocare, non mi hai mai insegnato neanche questo, non ci abbiamo mai giocato insieme.
Col tempo e con i vari percorsi psicoterapici che ho fatto mi sono reso conto che in certe cose ti ho copiato, a volte la genica ha influito, su altre cose ho fatto e faccio l’esatto contrario rispetto a quello che eri tu.
Le cose che mi appartengono che sono simili o quasi uguali alle tue sono o sono state:
- La pettinatura che ho avuto per anni con la riga da una parte
- Il mio primo paio di occhiali che era praticamente una copia dei tuoi
- La passione per il calcio che ho perso col tempo, dopo la tua scomparsa
- Avevamo la stessa voce, tanto che anche i parenti si confondevano al telefono
- Mi rendo conto di aver preso molto della tua gestualità
- Ho preso parecchio dal tuo modo di fare battute
Le cose che invece non sopportavo o non apprezzavo e che quindi ho scelto di essere l’opposto sono:
- Il fumo, tu fumavi anche 2 pacchetti al giorno, io odio l’odore del fumo
- Usavi quasi sempre calzature aperte: zoccoli e ciabatte ed io invece non le sopporto ed uso scarpe chiuse e ben allacciate tutte l’anno, tranne in casa
- Avevi una gestione dell’igiene personale che ha volte mi ha messo in imbarazzo ed io invece faccio almeno una doccia al giorno
- Bevevi tantissimi caffè ed io invece è un’abitudine che non ho mai preso
- Facevi il furbo quando potevi e mettevi i tuoi interessi anche davanti al benessere dei tuoi figli a volte; io cerco di essere molto empatico e tendo ad essere così onesto e leale che tu mi davi del coglione quando lo notavi mentre io non sopportavo che nel breve tragitto in macchina che facevamo ogni mattina, quando mi accompagnavi alla fermata dell’autobus per andare al liceo, 2 km che facevamo dopo che ti avevo svegliato preparandoti il caffè caldo, neanche 5 minuti in macchina nei quali dovevi fumare per forza e io non sopportavo respirare sia il fumo che prendere freddo perché tenevi il finestrino abbassato anche quando eravamo sottozero.
Però mi manchi perché mi conoscevi come pochi e avevi la faccia tosta e l’intelligenza di sapermi spronare, quasi sempre, a dare il meglio di me ed in questi ultimi anni ne avrei avuto tanto bisogno…
C’è da dire poi che la tua morte è coincisa quasi perfettamente con l’ingresso nella mia vita di quella che poi sarebbe diventata mia moglie, una relazione bella ed importante che probabilmente non sarei riuscito a gestire, se tu fossi rimasto in vita e quindi se avessimo continuato a lavorare nel nostro agriturismo, perché non avrei avuto tanto tempo da dedicare a quella donna stupenda, che sicuramente ti sarebbe piaciuta e che mi ha permesso di conoscere tante cose di questo mondo che tu invece mi hai tenuto nascoste.
Addio papà, addio Diego… se esistesse un aldilà, tu saresti sicuramente all’inferno, seppur in realtà avessi un cuore buono, e quest’anno tua madre ti ha raggiunto per rendertelo ancora più diabolico, come già faceva in questo mondo.




